Mi trovo nel bel mezzo di una lettura impegnativa, un libro- mattone di circa cinquecento pagine, che parla delle emozioni. Mattone soprattutto per la consistenza (vi assicuro che portarlo con me nei momenti liberi sta allenando lo sviluppo dei miei muscoli dorsali).
Interessante, con un vocabolario un po’ troppo scientifico, per i miei gusti, ma l’aggiornamento obbligatorio delle competenze, richiesto dalla mia categoria, lascia poco spazio alla pigrizia.
E poi mi diverte sfidarmi in quella sfera, fuori dalla mia comfort zone, del fare qualcosa perché “devo”.
Cosi, sorrido e piego il capo nella resa; invece di considerarla una punizione, mi osservo imparare l’arte dell’accettazione, della sorpresa. Forse anche in questa occasione di lettura forzata, posso trovare un po’ di ispirazione.
Quindi, eccomi qui, a leggere che le emozioni no sono universali, ovvero non esiste un’univoca percezione, definizione, localizzazione, meccanismo neuronale, che ci faccia dire inequivocabilmente: questa che sto provando è rabbia, oppure è paura.
Non c’è. O meglio, l’emozione é una costruzione di diversi elementi che si muovono soggettivamente: corpo, mente, esperienze passate, cultura, interocezione, simulazione. Chissà, forse anche le congiunzioni planetarie avranno il loro concorso all’attiva creazione delle emozioni, dentro di noi.

Sorrido, perché questo approccio poco protocollare, per nulla uniformante, cosi possibilista, mi appartiene.
Una smorfia, per qualcuno, è dolore; per altri, è paura; per altri ancora, è sorpresa.
Piu’ mi addentro nelle pagine del libro, piu’ ritrovo un concetto che mi accompagna, anche nella pratica clinica.
Noi, della vita e dell’essere umano, non sappiamo praticamente nulla.
Possiamo contare su qualche punto di riferimento, abbiamo a disposizione delle mappe. Ma la mappa non è il territorio.
Che significa?

Che l’esistenza è un viaggio, il cui senso resta ineffabile. E soggettivo.
Accettare il mistero, smontare le certezze acquisite, per ricostruirle attraverso l’esperienza, è davvero l’essenza del viaggio stesso.
Affinare il nostro sentire, connetterci con fiducia a quel piano divino, ad una intelligenza superiore che, dietro le quinte, orchestra gli eventi del cammino con noi, ci regala quel senso di meraviglia verso cio’ che siamo: un mistero incarnato, una storia unica da scrivere.
“Ora so di non sapere”, disse probabilmente Socrate.
Eppure, qualcosa in noi, sa.
Mahalo.

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