Viviamo dei momenti di profonda stanchezza, che sembra ci accompagni da talmente tanto tempo, da essere diventata ormai familiare, come il colore dei nostri occhi, la forma delle nostre mani.
Una compagna che ci saluta al mattino, appena svegli, si trascina con noi in bagno; sembra andarsene per un attimo con il primo caffè, ma rispunta mentre siamo in coda in auto, magari mentre ci rechiamo sul posto di lavoro.
Quella stanchezza assomiglia ad un peso, che ci portiamo sulle spalle?
Senza grande incertezza, sta rallentando il nostro ritmo vitale, obbligandoci a volte ad aumentare i giri a dismisura.
Per combatterla, aggiungiamo cose: più pensieri, più distrazioni, più di qualsiasi cosa.
In un sistema corpo – mente che manifesta stanchezza, aggiungere stimoli non fa altro che aumentare il peso che, energeticamente, da qualche parte stiamo già portando.

Difficilmente riusciamo a riconoscere in questa stanchezza, un prezioso messaggero.
Non siamo addestrati al dialogo interiore, piuttosto possiamo dire di essere estremamente ferrati al chiacchiericcio mentale: pensieri che si aggrovigliano come radici di mangrovia. Labirinti di domande che portano ad altri intrecci.
Non vi è fine alla capacità della mente di produrre nuovi quesiti, nuovi scenari.
Uno strumento prezioso, ma che deve rimanere al suo giusto posto, senza tiranneggiare.
Il dialogo con la stanchezza non avviene nella mente, ma ascoltando il corpo e il cuore.
E per chi non è abituato, anticipo un pochino quella che è spesso la strategia migliore da utilizzare.

Mollare la presa.
Non mi riferisco ad uno scarico di responsabilità. E nemmeno all’ignorare gli impegni a cui, nel corso della giornata, dobbiamo far fronte.
A meno che, quindi, la stanchezza sia puramente di natura fisica (svolgiamo attività che richiedono forza fisica), ciò che ci stanca è la tenacia con cui stringiamo le cose. Quando vogliamo controllare, quando non ci fidiamo, quando mentalizziamo il risultato.
È come stringere una corda da barca, mentre la corda sta scorrendo.
Le mani si feriscono, stringiamo ancora di più.
Mollare la presa è un atto coraggioso di lasciare andare il pensiero che abbiamo creato su una certa cosa.
È provare a lasciarla respirare, piantare un seme di una idea e lasciare che spunti.
Senza accanirci nel controllarlo.
Può fare paura, ma tenere la corda è molto più deleterio.
E allenando a lasciare respirare quella idea, quel progetto, ci alleiamo al suo naturale evolversi.
Il messaggero della stanchezza è saggio. Porta con sé un invito ad accoglierlo.
Mahalo.

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