Questo 2026 pare essere, all’unanimità o quasi, un anno molto faticoso.
Aspetti diversi finiscono per essere riassunti in una sola, frequente, parola: fatica.
Dal latino fatigare, con la radice piu’ profonda del verbo fatiscere, che significa aprirsi, fendersi, screpolarsi. O andare in pezzi.
Allora mi chiedo: aprirsi a cosa?
Quale parte del nostro sistema si va fendere, a screpolarsi?
Aprile delle fessure: ma dove, esattamente, in noi?
Certamente, il corpo fisico puo’ manifestare il proceso finale di una fatica (mi sento stanco, mi duole una giuntura, mi bruciano gli occhi).
Ma da dove irradia questo sentire, nella sua origine?

L’apertura, infatti, nasce spesso in uno degli altri corpi: mentale, spirituale, emotivo o energetico.
E riversa il suo riflesso, la sua proiezione, su ciò che risulta più visibile e riconoscibile per noi. La nostra macchina biologica.
Ascoltarci, o chiedere supporto a qualcuno in grado di accedere all’ascolto profondo della nostra totalità organismica, puo’ individuarne l’origine.
Ma quello che è, a mio parere, interessante, e che possiamo ascoltare, a livello fenomenologico, è la narrazione che costruiamo su questa “fatica”.
“sono stanco” può diventare “forse ho un principio di malattia”;
“sono affaticato” può diventare “sono depresso”;
“sento fatica” può diventare “sono fragile”.
Ciò che propongo qui è provare a creare una narrazione differente, che diventa dialogo con noi stessi.
“sono stanco, posso avere un momento in cui sono a contatto con una mia fragilità”;
“sento fatica, forse qualcosa nel mio ambiente o nei miei schemi non mi nutre più”;
“mi sento affaticato, forse la mia mente necessita di essere messa un pochino a tacere”.
Tante le opzioni; posso ascoltarle e percepire come risuonano dentro di me.

La parola ha un grande potere, così come la nostra narrazione interna.
Credo che la fatica arrivi per essere riconosciuta, onorata, non vissuta come punizione.
Purché siamo in grado di riconoscere cosa ci sta narrando, nel processo continuo di conoscenza e adattamento al nostro Se’ più autentico.
Che sia quindi benvenuta, nella misura in cui venga accolta come un ospite temporaneo.
Allora, la compassione per le nostre parti, messe alla prova, ci farà sentire come un guerriero, che necessita semplicemente di un meritato attimo di tregua.
Più che una sconfitta, una fase del cammino.
Mahalo.

Lascia un commento