IL MITO DELLA RESILIENZA

Qui apriamo un capitolo critico, lo so.

Perché la narrativa sull’importanza della resilienza ha inondato le piattaforme social, il mondo della crescita personale, le aziende.

Anche negli incontri terapeutici, a volte, la richiesta sembra contenere questo strambo vocabolo. “Forse mi manca un po’ di resilienza, doc”, mi dicono.

Io mi agito un pochino sulla sedia, faccio le mie faccine strane, sorrido e respiro.

“Non sei d’accordo?” mi chiedono timidamente, e già un pochino ridacchiano, in attesa della mia risposta (Sì! Strano ma vero, durante le sedute si ride, anche parecchio, a volte).

Partiamo dall’inizio.

Un bambino non conosce la resilienza: non deve sopportare nulla. In un mondo ideale dell’infanzia, il bambino vive nel momento, pienamente in contatto con le sue esigenze.

Fame? Chiede cibo. Vuole coccole? Alza le braccia per essere sollevato e accolto. Vede un oggetto nuovo? Allunga la mano per esplorarlo. Il tempo è solo presente.

Poi, accade qualcosa: arrivano i compiti, le scadenze, “l’entro domani”, sul diario di scuola.

La programmazione, prioritizzazione, azione, perfezione. Zione zione zione.

Il senso del dovere.

Alcuni di noi sono bravissimi a giocare a questo gioco dello ZIONE.

Me compresa.

Successi scolastici, lavorativi, casa pulita, bollette pagate ad ogni scadenza.

Buona studentessa, buona lavoratrice, buona figlia.

Lo sentite il rumore del treno in corsa?

Riuscite a percepire, da lontano, il rumore della serratura che si chiude?

Io si; l’ ho sentito, forte e chiaro.

Non fraintendetemi: la mente efficiente è un grande strumento. Per qualcuno, anche redditizio.

Ma esiste un momento in cui questa app (applicazione) chiamata Resilienza inizia ad auto installarsi.

Giorno dopo giorno, task dopo task. Performante. Parte da sola sul nostro dispositivo, avvio e aggiornamento automatico.

Sono stanca? Senso di colpa.

Perdo la pazienza? Senso di colpa.

Sbaglio qualcosa? Già conoscete la risposta.

Quindi, Lorenza, devo diventare irresponsabile, egoista?

No.

Occorre diventare capaci di tornare fedeli a noi stessi.

Ad ascoltarci, genuinamente.

A discernere, secondo il nostro sentire più vero.

Ci abbiamo messo anni ad installare l’app resilienza. Per il solo scopo, secondo me, di arrivare a disinstallarla. Per passare alla nuova versione, all’upgrade (pensa a quale linguaggio ci siamo abituati).

E come sarà questa nuova versione? Questo resta il mistero profondo da esplorare. Certamente, una versione che profuma di verità. Di responsabilità, che è l’altra faccia della medaglia di quella cosa meravigliosa che possiamo chiamare Libertà.

Mahalo.

Una risposta a “IL MITO DELLA RESILIENZA”

  1. Avatar M Beatrice Prandini
    M Beatrice Prandini

    Certamente sarebbe magnifico ma…. la resilienza la vedo un pó come il “bastone” anzi il grande tronco che ti permette di non cadere in un mondo troppo esigente dove le scelte di libertà appaiono pericolose…….

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