UNA NUOVA PSICOLOGIA

Condivido una intuizione di questi giorni, che appare essere stata coltivata come un semino dormiente, che finalmente lascia spuntare le sue prime gemme.

Il modo in cui si fa psicologia, psicoterapia, riflette sicuramente la corrente a cui si è stati formati, ma prima di tutto riflette il mondo interiore del terapeuta.

Considerando che l’essere umano tende all’evoluzione, non possiamo pensare che tali trasformazioni non vengano riflesse nel modo di lavorare, di amare, di intendere la vita.

Raramente ho percepito cambiamenti così rapidi, come in questi ultimi cinque anni. Tutto si muove veloce sulla superficie della terra, nel suo ventre e nelle sfere celesti.

Altrettanto rapidamente, il nostro mondo interiore spinge per muoversi, in una danza che si espande e si contrae come la vita stessa, come un respiro. Come l’onda del mare, tutto va e tutto viene.

E proprio nelle ultime settimane, complice un ascesso al dente, accompagnato gioiosamente da una dermatite atopica, che mai si era manifestata in tutta la mia vita, mi sono ritrovata a dovermi fermare.

E quando ci fermiamo, proprio lì, diamo il tempo a cose preziose di raggiungerci.

Una consapevolezza mi ha attraversato nel profondo, a braccetto con il dolore pulsante dell’infezione in corso (eh già! A volte le idee nuove assomigliano a delle infezioni, ma benefiche).

Il modo in cui la psicologia viene usata, o meglio consumata, ha una narrazione ancora profondamente radicata nel trauma, nel dolore, negli eventi passati. A volte addirittura in eventi che non appartengono alla nostra storia biografica.

Capisco che sia necessario, per un terapeuta, accogliere la storia di dolore del paziente. Ascoltarla, comprenderla, mostrare i meccanismi che sono ancora registrati nella mente, nel corpo fisico, nel corpo emotivo.

Autosabotaggi, traumi con la T maiuscola o minuscola (terminologia che ho appreso nella tecnica dell’ EMDR – Eye Movement Desensitization and Reprocessing).

E via alle danze di corsi di catarsi, liberazione dal trauma personale, transgenerazionale, sul femminile, sul maschile, su chi più ne ha, più ne metta.

Rispetto i colleghi che sentono di voler mettere l’accento su questo, siano essi terapeuti, operatori olistici, sciamani.

C’è posto per tutte le professionalità, purché portate nel mondo con un intento pulito, con una visione personale e non solo ripetendo come un registratore quanto imparato a loro volta, dal maestro / maestra incrociati nel cammino.

E mentre il dente duole, l’anima si salva, allineandosi a una nuova visione, ad una certezza che attendeva solo di consolidarsi.

Ho sempre preferito lavorare sul potenziale delle persone, più che indugiare sulle ferite del passato.

Ma ho imparato l’arte della pazienza, dell’ascolto incondizionato, anche se questo a volte capisco che non sta portando da nessuna parte il paziente.

Mi concedo di ascoltare quella voce come un contenitore, vuoto e sveglio, che accoglie parole che probabilmente fanno ancora male. Anche se ripetute già tante volte.

Copioni già esplorati: ingiustizie subite, traumi da omissione, mancanza di amore, separazioni, perdita di fiducia.

E se credessi ad ogni cosa così come mi viene raccontata, allora sarebbe davvero difficile fare questo lavoro.

Non fraintendetemi: non sto ascoltando un paziente e intanto pensando “ah ma questa è una bugia, non è mai successo”.

Lo sento che sono totalmente identificati e radicati nel loro racconto, doloroso, ferito.

E a quelle ferite io porto un rispetto quasi devozionale. Non importa la gravità di quanto accaduto, ma quanto profonda sia rimasta l’impronta di quel dolore.

E ogni dolore è legittimo, non c’è una gara, né una lista di importanza.

Ma accade qualcosa, già dai primi incontri: è come se io vedessi già la loro nuova versione. Quella potenziale versione che si ha integrato, rispettosamente, questa narrazione del dolore, e si appresta a fare il primo passo nel nuovo cammino.

Ecco perché cerco di stare, insieme al paziente, al cospetto del dolore, solo il tempo necessario (in Biotransenergetica, diciamo “il tempo di un caffè”).

Non perché non c’è una valorizzazione di quel momento di difficoltà, ma perché non si prenda tutto lo spazio nella storia della nostra vita.

E sento che questo è il nuovo cammino per la psicologia, per l’essere umano.

Spostare lo sguardo sul potenziale, partire dalla gioia come strumento di trasformazione, lavorare sul dolore il tempo necessario per vederlo, integrarlo. E proseguire.

Occorre coraggio da parte dei terapeuti, di togliersi dal comodo ascolto e assecondamento del dolore, a costo di rischiare un leggero fastidio da parte del paziente. Ma chi lo dice che il percorso verso la gioia non sia disseminato di qualche piccola fatica?

E non perché ci sia una strada più giusta scientificamente, ma perché è tempo, per noi che rendiamo queto servizio, di allineare il nostro sentire a questo cambio epocale, filogenetico, energetico, cosmico.

Le stelle ci sono testimoni, la terra ci sostiene. Dove il dolore ci ha indicato la strada, forse siamo finalmente pronti ad usare la gioia come bussola.

Mahalo.

2 risposte a “UNA NUOVA PSICOLOGIA”

  1. Avatar Elisabetta Caimi
    Elisabetta Caimi

    Comprendo che ti ho scelta, capisco sempre di più perché resto con te

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